pubblicato su Le lettere al direttore La Gazzetta del Mezzogiorno
Italiani tutti giudici
Da alcuni anni, noi italiani, stiamo diventando sempre più Commissari in sofisticate indagini. Da quando l'auditel dice che la tragedia fa ascolto, ecco mille programmi televisivi insistere sui dettagli della cronaca nera. Da Cogne, Novi ligure, Cogoleto, poi la strage a Erba in estate scorsa Garlasco, per seguire Perugia e venire a quanto sta accadendo in questi giorni intorno a Gravina.
Qui i riflettori in questi mesi si erano accesi, poi spenti e riaccesi, fino a restare sempre
puntati per illuminare quel buio che ha di certo «accecato» tutti. E così ci riscopriamo
ancora investigatori, commissari. Molti che avrebbero già visto bene sul patibolo quel
padre ora, e ancora in carcere, accusato di un tal efferato infanticidio, sono gli stessi che
chiedono l'immediata scarcerazione. Morale, continuiamo a indagare, giudicare,
e già condannare o assolvere secondo quanto i mass media, spesso morbosamente trasmettono.
Ora indaghiamo anche sul modo di indagare degli addetti ai lavori. Ma in tutte queste storie dimentichiamo i veri protagonisti, le vere vittime, che hanno un denominatore comune: sono tragedie spesso familiari, o tra fidanzati, amici. Ci sono punti fermi in queste storie. Ci sono innocenti vittime. Ci sono, nonostante tanti sofisticati mezzi tecnologici (luminol, ecc..) tanti punti oscuri nella ricostruzione dei fatti. Io vorrei non indossare i panni di commissario, né tecnico, né investigativo. Vorrei che la giustizia si svolgesse nei tempi, nei modi e luoghi adeguati, non certo nei salotti televisivi. Ma ancor più vorrei, specie dalla storia dei due angioletti di Gravina, che gli adulti iniziassero veramente a fare gli adulti, ad essere responsabili dei bambini, dei figli. Gravina è una storia di una famiglia spezzata (dove è maturata la tragedia), ma è anche la storia di due bambini, cresciuti troppo in fretta, ma con un enorme senso di fratellanza, l'uno verso l'altro. Ciccio e Tore, sono sinonimo di veri fratelli. Uniti nel disagio familiare, uniti nel gioco, uniti nella disavventura, uniti nella tragedia, e sicuramente uniti per volare abbracciati come angeli su tutti noi.
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Italiani tutti giudici
Da alcuni anni, noi italiani, stiamo diventando sempre più Commissari in sofisticate indagini. Da quando l'auditel dice che la tragedia fa ascolto, ecco mille programmi televisivi insistere sui dettagli della cronaca nera. Da Cogne, Novi ligure, Cogoleto, poi la strage a Erba in estate scorsa Garlasco, per seguire Perugia e venire a quanto sta accadendo in questi giorni intorno a Gravina.
Qui i riflettori in questi mesi si erano accesi, poi spenti e riaccesi, fino a restare sempre
puntati per illuminare quel buio che ha di certo «accecato» tutti. E così ci riscopriamo
ancora investigatori, commissari. Molti che avrebbero già visto bene sul patibolo quel
padre ora, e ancora in carcere, accusato di un tal efferato infanticidio, sono gli stessi che
chiedono l'immediata scarcerazione. Morale, continuiamo a indagare, giudicare,
e già condannare o assolvere secondo quanto i mass media, spesso morbosamente trasmettono.
Ora indaghiamo anche sul modo di indagare degli addetti ai lavori. Ma in tutte queste storie dimentichiamo i veri protagonisti, le vere vittime, che hanno un denominatore comune: sono tragedie spesso familiari, o tra fidanzati, amici. Ci sono punti fermi in queste storie. Ci sono innocenti vittime. Ci sono, nonostante tanti sofisticati mezzi tecnologici (luminol, ecc..) tanti punti oscuri nella ricostruzione dei fatti. Io vorrei non indossare i panni di commissario, né tecnico, né investigativo. Vorrei che la giustizia si svolgesse nei tempi, nei modi e luoghi adeguati, non certo nei salotti televisivi. Ma ancor più vorrei, specie dalla storia dei due angioletti di Gravina, che gli adulti iniziassero veramente a fare gli adulti, ad essere responsabili dei bambini, dei figli. Gravina è una storia di una famiglia spezzata (dove è maturata la tragedia), ma è anche la storia di due bambini, cresciuti troppo in fretta, ma con un enorme senso di fratellanza, l'uno verso l'altro. Ciccio e Tore, sono sinonimo di veri fratelli. Uniti nel disagio familiare, uniti nel gioco, uniti nella disavventura, uniti nella tragedia, e sicuramente uniti per volare abbracciati come angeli su tutti noi.
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