giovedì 20 novembre 2014

LA PORTA DEL CUORE

Quando il Signore visita il suo popolo, ci porta la gioia, ci porta la conversione.
 E tutti noi abbiamo paura non dell’allegria della gioia che porta il Signore, perché non possiamo controllarla.  
Abbiamo paura della conversione, perché convertirsi significa lasciare che il Signore ci conduca”.
 noi cristiani, noi pastori siamo contenti di noi? Perché abbiamo tutto sistemato e non abbiamo bisogno di nuove visite del Signore… E il Signore continua a bussare alla porta, di ognuno di noi e della sua Chiesa, dei pastori della Chiesa. Eh sì, la porta del cuore nostro, della Chiesa, dei pastori non si apre: il Signore piange, anche oggi”.
Gesù piange su Gerusalemme perché non ha riconosciuto Colui che porta la pace.  il Signore piange per “la chiusura del cuore” della “città eletta, del popolo eletto. Non aveva tempo per aprirgli la porta! Era troppa indaffarata, troppo soddisfatta di se stessa. E Gesù continua a bussare alle porte, come ha bussato alla porta del cuore di Gerusalemme: alle porte dei suoi fratelli, delle sue sorelle; alle porte nostre, alle porte del nostro cuore, alle porte della sua Chiesa. Gerusalemme si sentiva contenta, tranquilla con la sua vita e non aveva bisogno del Signore: non se ne era accorta che aveva bisogno di salvezza. E per questo ha chiuso il suo cuore davanti al Signore”. “Il pianto di Gesù” su Gerusalemme  è “il pianto sulla sua Chiesa, oggi, su di noi”:
“E perché Gerusalemme non aveva ricevuto il Signore? Perché era tranquilla con quello che aveva, non voleva problemi. 
Aveva paura di essere visitata dal Signore; aveva paura della gratuità della visita del Signore. Era sicura nelle cose che lei poteva gestire. 
Noi siamo sicuri nelle cose che noi possiamo gestire… Ma la visita del Signore, le sue sorprese, noi non possiamo gestirle”.


martedì 18 novembre 2014

twitter 18 nov 2014 am

  1. non sempre abbiamo il coraggio di credere nella Parola di Dio, di ricevere quella Parola che ci guarisce dentro
  2. Quanto rumore nel mondo! Impariamo a stare in silenzio davanti a noi stessi e davanti a Dio.
  3. lascia l’orgoglio e l’attaccamento ai beni di questo mondo; , cioè scegli l’umiltà e la povertà
  4. 2 h2 ore fa
    ti ha ritwittato
    7 h:
    oggi devo fermarmi a casa tua Oggi la salvezza è entrata in questa casa
  5. .grazie del tu penserò .AB.
  6. 2 h2 ore fa
    e altri 5 hanno aggiunto il tuo Tweet ai preferiti
    7 h:
    Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Ap3,14

lunedì 17 novembre 2014

PIù FORTE DELL'INDIFFERENZA

Chiediamo la grazia di essere popolo fedele di Dio, senza chiedere al Signore alcun privilegio, che ci allontani dal popolo di Dio”.
Guardare Gesù dimenticandosi di vederlo nel povero che chiede aiuto, nell’emarginato che fa ribrezzo. È la tentazione che la Chiesa vive in ogni epoca, quella di recintare se stessa all’interno di un “microclima ecclesiastico”,  invece che aprire le porte ai socialmente esclusi. 
Grida più forte del muro di indifferenza che lo circonda finché vince la sua scommessa e riesce a bussare alla “porta del cuore di Gesù

“Questa periferia non poteva arrivare al Signore, perché questo circolo – ma con tanta buona volontà, eh – chiudeva la porta. E questo succede con frequenza, fra noi credenti: quando abbiamo trovato il Signore, senza che noi ce ne accorgiamo, si crea questo microclima ecclesiastico. Non solo i preti, i vescovi, anche i fedeli: ‘Ma noi siamo quelli che stanno col Signore’. E da tanto guardare al Signore non guardiamo le necessità del Signore: non guardiamo al Signore che ha fame, che ha sete, che è in prigione, che è in ospedale. Quel Signore, nell'emarginato. E questo clima fa tanto male”.
Questa è una tentazione dei discepoli: dimenticare il primo amore, cioè dimenticare anche le periferie, dove io ero prima, anche se devo vergognarmi”.

 
  • Papa Francesco
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  • Messa
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  • Santa Marta

  • domenica 16 novembre 2014

    novembre



    NOVEMBRE: Richiamo alla nostra speranza [1]
    La Chiesa ricorda in questo mese una consolante verità: la Comunione dei Santi. I fedeli ancora in viaggio onorano i fratelli che hanno già raggiunto la meta e sono nel luogo del trionfo e ricordano con preghiere e suffragi quelli che, usciti da questo mondo, stanno per ottenere definitivamente il premio, purificandosi nel regno del Purgatorio, anticamera del Paradiso.
    Con la festa di tutti i Santi, la Chiesa ci insegna che lutti i cristiani sono chiamati alla santità seguendo Gesù, maestro e modello, che disse: Siate perfetti come è perfetto il Padre mio celeste”. I Santi che celebriamo nella solennità del 1° Novembre sono appunto i cristiani che, come insegna il Vaticano Il, in tutto il corso della loro terrena esistenza, hanno vissuto e perfezionato la santità ricevuta nel Battesimo. Pochi, fra essi, sono stati proclamati santi dalla Chiesa ufficialmente; si tratta di persone che, nella vita della Chiesa hanno avuto missioni particolari o sono state arricchite da Dio di particolari carismi.
    La moltitudine immensa » che San Giovanni dice di aver veduto in Paradiso, è composta di ogni popolo, di ogni condizione e di ogni tempo, ed è la testimonianza gloriosa della vocazione universale dei Cristiani alla santità. Essi sono vissuti nelle stesse
    condizioni in cui viviamo noi oggi; hanno dovuto superare le nostre stesse difficoltà: sono stati come nostri compagni di viaggio che sono giunti più presto di noi alla loro destinazione. Verso questa meta luminosa noi, ancora pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino. E’ giusto che il ricordo dei Santi ci faccia pensare alla Patria che essi hanno già raggiunto e che è per noi oggetto di viva speranza, contando anche sull’aiuto fraterno dei santi che intercedono per noi. Fissiamo il nostro
    sguardo in essi per imitarli, per seguirli e per raggiungere la stessa meta. Il giorno dei morti è un giorno di mestizia nonn disperata. Il 2 Novembre non è solo data di Chiesa; è patrimonio di una civiltà. Per chi crede, però, il mistero di questa commemorazione è ben più profondo. Vi è la certezza della vittoria sulla morte raggiunta in Cristo; v’è la speranza di un incontro con Lui e con gli amici che ci hanno preceduto, la gioia di ritrovarsi come a casa per sempre, che deriva dal pensiero che, cessato il tempo, inizia l’eternità. La chiesa non è fatta soltanto di compagni di viaggio che vivono nel nostro tempo,
    ma anche di coloro che sono passati quaggiù prima di noi. Ora sono lassù in Paradiso? In Purgatorio?.... Un fatto consolante è che per raggiungere il Paradiso bisogna essere purificati; e il Purgatorio ha questo scopo: diventare degni della felicità eterna.
    L’Arciprete
    don Angelo Mastrndrea



    [1] MASTARNDREA, Partecipare, n. 10 novembre 1974, p. 1 e 16.
     

    venerdì 14 novembre 2014

    Camminare nella verità e nell’amore

    Abbiamo una responsabilità di dare il meglio che noi abbiamo e il meglio che noi abbiamo è la fede: darla a loro, ma darla con l’esempio! Con le parole non serve, con le parole… Oggi, le parole non servono! In questo mondo dell’immagine, tutti questi hanno il telefonino e le parole non servono… Esempio! Esempio! Cosa do loro?”
     Camminare nella verità e nell’amore.
     Ma questo cammino è importante saperlo vivere come Gesù.
    Come si trasmette la fede ai nativi digitali? Con la modalità che più di altre può far presa su chi vive costantemente stimolato dalle immagini: l’esempio. 
    guardare ai ragazzi è guardare a una promessa, è guardare al mondo che verrà. Ma al nostro futuro, si chiede, “cosa lasciamo?”:
    “Insegniamo a camminare nell’amore e nella verità? O lo insegniamo con le parole, ma la nostra vita va da un’altra parte? Guardare i ragazzi è una responsabilità! Un cristiano deve prendersi cura dei ragazzi, dei bambini e trasmettere la fede, trasmettere quello che vive, che è nel suo cuore. Noi non possiamo ignorare le piantine che crescono!”.
    chiedere a Gesù che ci insegni a camminare nella verità e nell’amore. 

    AVVENTO



    AVVENTO [1]
    Avvento è attesa! E fra i sentimenti che riempiono il cuore vi è l’ansia. Che cosa o chi aspettiamo  nell’ avvento? La venuta dì Gesta nella carne a Betlemme, e, come giudice, alla fine del mondo. Tutto ciò si concretizza nella Liturgia: Cristo che è venuto, che viene e che verrà. Intanto che siamo proiettati nel futuro, a fissare lo sguardo oltre le nubi per scorgervi il segno glorioso del « Figlio dell’Uomo », riflettiamo in questo sacro tempo di attesa che è silenzio, ascolto, cammino, conversione. Accettiamo la predicazione del Battista che ci prepara con isaica espressione ad accogliere il Messia; abbassando i monti, colmando gli abissi, aprendo strade nel deserto e raddrizzando i sentieri storti. Leviamo lo sguardo della fede: ecco Cristo che viene vivo coi vivi, a darci vita con la sua vita, come dice don O rione, Egli avanza al grido angoscioso dei popoli. Cristo viene portando nelle sue mani le lacrime e il sangue dei poveri; la croce  degli afflitti, degli oppressi, delle vedove, degli orfani, degli emarginati, dei reietti.
    Nel tempo forte dell’Avvento, la stessa solennità mariana dell’immacolato  Concepimento della Vergine anziché distrarci, ci aiuta potentemente ad andare incontro a Cristo che viene. Essa ci richiama, secondo le prime pagine della Bibbia, alla promessa del Redentore che verrà e nascerà da una Donna che schiaccerà la testa del serpente ingannatore. Ed allora con Maria andiamo verso il Natale del Salvatore da Lei donato agli uomini, preparandoci con le medesime disposizioni di fede viva, di desiderio e di ardente amore della Vergine Madre.
     
    L’ARCIPRETE
    Dan Angelo Mastrandrea


    [1] Don A. MASTRANDREA, Partecipare, n. 11 dicembre 1974 p. 2

    giovedì 13 novembre 2014

    COME IL SEME


    Nel silenzio, magari di una casa dove “si arriva a fine mese con mezzo euro soltanto” eppure non si smette di pregare e di curare i propri figli e i propri nonni: è lì che si trova il Regno di Dio. Lontano dal clamore, perché il Regno di Dio “non attira l’attenzione” esattamente come non la attira il seme che cresce sotto terra.
    il Regno di Dio è silenzioso, cresce dentro. Lo fa crescere lo Spirito Santo con la nostra disponibilità, nella nostra terra, che noi dobbiamo preparare”.

    il Regno di Dio non è lontano da noi, è vicino! Questa è una delle sue caratteristiche: vicinanza di tutti i giorni”.
    Anche la sofferenza, la croce, la croce quotidiana della vita – la croce del lavoro, della famiglia, di portare avanti bene le cose – questa piccola croce quotidiana è parte del Regno di Dio”.
    chiediamo al Signore la grazia “di curare il regno di Dio che è dentro di noi” con “la preghiera, l’adorazione, il servizio della carità, silenziosamente”:
    “Il Regno di Dio è umile, come il seme: umile ma viene grande, per la forza dello Spirito Santo. A noi tocca lasciarlo crescere in noi, senza vantarci: lasciare che lo Spirito venga, ci cambi l’anima e ci porti avanti nel silenzio, nella pace, nella quiete, nella vicinanza a Dio, agli altri, nell’adorazione a Dio, senza spettacoli”.