domenica 13 ottobre 2013

Dio affida in un modo speciale l’uomo alla donna



25° anniversario della Lettera apostolica Mulieris dignitatem del Papa Giovanni Paolo II
un documento storico, il primo del Magistero pontificio dedicato interamente al tema della donna. 
Dio affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano, alla donna (cfr n° 30).
Che cosa significa questo “speciale affidamento”, speciale affidamento dell’essere umano alla donna? La maternità, è la donna che concepisce, porta in grembo e partorisce i figli degli uomini. E questo non è semplicemente un dato biologico, ma  comporta una ricchezza di implicazioni sia per la donna stessa, per il suo modo di essere, sia per le sue relazioni, per il modo di porsi rispetto alla vita umana e alla vita in genere. Chiamando la donna alla maternità, Dio le ha affidato in una maniera del tutto speciale l’essere umano.
Qui però ci sono due pericoli 
1. ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito, anche se nobile, ma che di fatto mette in disparte la donna con le sue potenzialità, non la valorizza pienamente nella costruzione della comunità. Q
2. promuovere una specie di emancipazione che, per occupare gli spazi sottratti dal maschile, abbandona il femminile con i tratti preziosi che lo caratterizzano. 
Anche nella Chiesa è importante chiedersi: quale presenza ha la donna? 

STRALCI
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL SEMINARIO PROMOSSO 
DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI 
IN OCCASIONE DEL XXV ANNIVERSARIO DELLA "MULIERIS DIGNITATEM"
Sala Clementina
Sabato, 12 ottobre 2013


'Permesso', 'scusa', 'grazie'













“Dio ci sorprende; è proprio nella povertà, nella debolezza, nell’umiltà che si manifesta e ci dona il suo amore che ci salva, ci guarisce e ci dà forza. Chiede solo che seguiamo la sua parola e ci fidiamo di Lui”.
“Dio ci sorprende sempre, rompe i nostri schemi, mette in crisi i nostri progetti, e ci dice: fidati di me, non avere paura, lasciati sorprendere, esci da te stesso e seguimi!”

“Mi lascio sorprendere da Dio, come ha fatto Maria, o mi chiudo nelle mie sicurezze materiali, i intellettuali, ideologiche, dei nei miei progetti? Lascio veramente entrare Dio nella mia vita? Come gli rispondo?”.

Spesso è facile dire sì', ma poi non si riesce a ripetere questo ‘sì’ ogni giorno. Non si riesce ad essere fedeli”.

Maria a Dio ha detto tanti "sì" “nei momenti gioiosi come pure in quelli di dolore”. Tanti "sì" culminati sotto la Croce.
“Sono un cristiano 'a singhiozzo', o sono un cristiano sempre?”.

“La cultura del provvisorio, la cultura del relativo entra anche nel vivere la fede. Dio ci chiede di essergli fedeli, ogni giorno, nelle azioni quotidiane 


“Quante volte ci diciamo grazie in famiglia? E’ una delle parole chiave della convivenza. 'Permesso', 'scusa', 'grazie': se in una famiglia si dicono queste tre parole, la famiglia va avanti. 'Permesso', 'scusami', 'grazie'. Quante volte diciamo 'grazie' in famiglia? Quante volte diciamo grazie a chi ci aiuta, ci è vicino, ci accompagna nella vita? Spesso diamo tutto per scontato! E questo avviene anche con Dio. E’ facile andare dal Signore a chiedere qualcosa, ma andare a ringraziarlo: Mah, non mi viene”.


Al termine della Santa Messa, Papa Francesco ha letto l’Atto di Affidamento alla Madonna di Fatima:

“Beata Maria Vergine di Fatima,
con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna
uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni 
che ti dicono beata”.

“Custodisci la nostra vita fra le tue braccia”. “Insegnaci – ha detto il Santo Padre - il tuo stesso amore di predilezione per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e i sofferenti, per i peccatori e gli smarriti di cuore”.

“Raduna tutti sotto la tua protezione
e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù”.
Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/13/giornata_mariana._messa_del_papa:_dio_chiede_il_nostro_s%C3%AC,_maria_ci/it1-736891
del sito Radio Vaticana 

venerdì 11 ottobre 2013

non facciamo affari con il demonio!

2013-10-11 11:02:39 



Papa Francesco: "sempre c’è la tentazione di voler sminuire la figura di Gesù come fosse al massimo un guaritore”
 La presenza del demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del demonio, con la vittoria di Dio sul demonio”. 

<“non dobbiamo essere ingenui” Signore ci dà alcuni criteri per “discernere” la presenza del male e per andare sulla “strada cristiana quando ci sono le tentazioni”. 


  1. Uno dei criteri è di “non seguire la vittoria di Gesù sul male” solo “a metà”. “O sei con me – dice il Signore – o sei contro di me”. Gesù, ha soggiunto, è venuto a distruggere il demonio, “a darci la liberazione” dalla “schiavitù del diavolo su di noi”. C’è una lotta e una lotta dove si gioca la salute, la salute eterna, la salvezza eterna” di tutti noi. 
  2. C’è poi il criterio della vigilanza. “Dobbiamo sempre vigilare  contro l’inganno, contro la seduzione del maligno”:

‘Io vigilo su di me, sul mio cuore, sui miei sentimenti, sui miei pensieri? Custodisco il tesoro della grazia? Custodisco la presenza dello Spirito Santo in me? O lascio così, sicuro, credo che vada bene?’ Ma se tu non custodisci, viene quello che è più forte di te. 
 tre criteri, 

  1. Non confondere la verità. Gesù lotta contro il diavolo
  2.  chi non è con Gesù, è contro Gesù. 
  3.  la vigilanza sul nostro cuore, perché il demonio è astuto. Mai è scacciato via per sempre! Soltanto l’ultimo giorno lo sarà”. 

non facciamo affari con il demonio! 
 vigilare! E sempre con Gesù!”


Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/11/il_papa:_il_demonio_non_si_vince_con_atteggiamenti_a_met%C3%A0,_seguire/it1-736297
del sito Radio Vaticana 

AMARE LA TERRA



 stralci 
per  63ª Giornata nazionale del Ringraziamento del 10 novembre>.

Giovani protagonisti dell’agricoltura

Martino, giovane ufficiale romano di fronte alle necessità di un povero infreddolito, taglia il suo mantello in due e lo condivide, donando un raggio di sole e di calore che resterà sempre impresso nella memoria di tutti noi. San Martino ci insegna a vivere la vita come un dono, facendo sgorgare la speranza laddove la speranza sembra non esserci.

 Papa Francesco: «Prima di tutto, vorrei dire una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! Per favore, non lasciatevela rubare! E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, lo spirito del benessere, che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita» (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013). «Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore!» (Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

Atleta era Martino, atleti siete voi, carissimi giovani, che avete scelto di restare nella vostra terra per lavorare i campi, con dignità e qualità, per fare della vostra campagna un vero giardino. 
il ritorno alla terra cambia radicalmente un Paese e produce benessere per tutti, ravviva la luce negli occhi degli anziani, che non vedono morire i loro sforzi, interpella i responsabili delle istituzioni. 
 il Papa: «Voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!» (Angelus, 23 giugno 2013).

non rassegnatevi, ma siate protagonisti, trasformando la necessità in scelta, immettendo in essa una crescente motivazione che si farà qualità di vita per voi, per le vostre famiglie, per i vostri paesi.

Agli imprenditori agricoli italiani chiediamo di valorizzare la passione lavorativa di chi arriva nelle nostre terre, creando le condizioni per un’inclusione e un’integrazione [...] Non ci sia sfruttamento, ma rispetto, valorizzazione e dignità.

1 - Non sempre, nelle famiglie e nelle scuole, c’è stima adeguata per chi sceglie di fare l’imprenditore agricolo. 
il lavoro della terra, sia considerato come ogni altra vocazione e tutti i lavoratori vedano riconosciuta la stessa dignità, anche in termini economici.

2 - La burocrazia è spesso lenta e impacciata nell’attuazione di miglioramenti fondiari;

3 - Perché si freni lo spopolamento dei nostri paesi di montagna, è urgente investire sulle comunicazioni, sia nelle strade che nella rete telematica.

4 - Chiediamo che le associazioni e i movimenti cattolici accompagnino i giovani imprenditori agricoli, creando per loro gruppi di sostegno sparsi nel territorio, utilizzando anche le nuove tecnologie telematiche. 

5 - Fondamentale resta per ogni giovane il gesto di Martino: condividere quello che abbiamo, spartirlo fraternamente, poiché la fraternità è il fondamento e la via per la pace. 

San Giuseppe, definito dal Papa «custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge» (Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013).

Roma, 4 ottobre 2013

Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

La Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace

giovedì 10 ottobre 2013

il vero dono, Dio stesso

notizia del 2013-10-10 10:52:37                         
la vera grazia che ci viene data è  Dio stesso:

una preghiera che non sia coraggiosa non è una vera preghiera. Il coraggio di avere fiducia che il Signore ci ascolti, il coraggio di bussare alla porta 

“Noi, ci coinvolgiamo nella preghiera? 
Sappiamo bussare al cuore di Dio?”. 



E’ Lui. La nostra preghiera, se è coraggiosa, riceve quello che chiediamo ma anche quello che è più importante: il Signore”. 

Non facciamo la brutta figura di prendere la grazia e non riconoscere Quello che ce la porta, Quello che ce la dà: il Signore. 



Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/10/il_papa_a_santa_marta:_ci%C3%B2_che_noi_chiediamo_nella_preghiera_%C3%A8_la/it1-735945
del sito Radio Vaticana 

la Chiesa: la casa di tutti

del 2013-10-09 14:08:24 l'unità non è uniformità


Perché la Chiesa è cattolica?
“Casa di tutti”, sparsa ovunque nel mondo e che ovunque è chiamata a unire in armonia le sue giuste diversità, che costituiscono la sua ricchezza. Casa in cui viene annunciata tutta intera la fede” la Chiesa è cattolica perché è la casa di tutti: tutti sono figli della Chiesa e tutti sono in quella casa”.
la Chiesa è cattolica perché, come casa “aperta a tutti senza distinzioni”, è “universale”, “sparsa in ogni parte del mondo”. 

la Chiesa è cattolica perché è la casa “dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza”, se ci sono chiacchiere, non c’è armonia: è lotta. E questa non è la Chiesa: la Chiesa è l’armonia di tutti. Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/09/il_papa:_la_chiesa_non_%C3%A8_un%E2%80%99%C3%A9lite,_ma_la_casa_di_tutti_dove_lunit%C3%A0/it1-735710 
del sito Radio Vaticana 

COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE


 alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.  

Il problema dell'educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.
Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori.
 E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. 
Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.

Tutte queste difficoltà non sono insormontabili. Sono  il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. La libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale.
Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. 
Chi crede in Gesù Cristo sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.

alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: Ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.
 Sarebbe una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità.
Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.
Punto forse più delicato dell'opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano.
L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.
Nell'educazione è decisivo il senso di responsabilità: dell'educatore, del figlio, dell'alunno, del giovane. 
E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. 
La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, la società non è un'astrazione;  siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società,  diventi un ambiente più favorevole all'educazione.
Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo"(Ef 2,12). 
 alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.
porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore.
Dal Vaticano, 21 gennaio 2008
BENEDICTUS PP. XVI