giovedì 10 ottobre 2013

la Chiesa: la casa di tutti

del 2013-10-09 14:08:24 l'unità non è uniformità


Perché la Chiesa è cattolica?
“Casa di tutti”, sparsa ovunque nel mondo e che ovunque è chiamata a unire in armonia le sue giuste diversità, che costituiscono la sua ricchezza. Casa in cui viene annunciata tutta intera la fede” la Chiesa è cattolica perché è la casa di tutti: tutti sono figli della Chiesa e tutti sono in quella casa”.
la Chiesa è cattolica perché, come casa “aperta a tutti senza distinzioni”, è “universale”, “sparsa in ogni parte del mondo”. 

la Chiesa è cattolica perché è la casa “dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza”, se ci sono chiacchiere, non c’è armonia: è lotta. E questa non è la Chiesa: la Chiesa è l’armonia di tutti. Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/09/il_papa:_la_chiesa_non_%C3%A8_un%E2%80%99%C3%A9lite,_ma_la_casa_di_tutti_dove_lunit%C3%A0/it1-735710 
del sito Radio Vaticana 

COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE


 alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.  

Il problema dell'educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.
Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori.
 E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. 
Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.

Tutte queste difficoltà non sono insormontabili. Sono  il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. La libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale.
Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. 
Chi crede in Gesù Cristo sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.

alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: Ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.
 Sarebbe una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità.
Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.
Punto forse più delicato dell'opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano.
L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.
Nell'educazione è decisivo il senso di responsabilità: dell'educatore, del figlio, dell'alunno, del giovane. 
E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. 
La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, la società non è un'astrazione;  siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società,  diventi un ambiente più favorevole all'educazione.
Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo"(Ef 2,12). 
 alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.
porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore.
Dal Vaticano, 21 gennaio 2008
BENEDICTUS PP. XVI



martedì 8 ottobre 2013

dire l'essenziale





Immediatezza, assiduità, determinazione nelle parole: fanno dell’account Twitter di Papa Francesco uno dei più seguiti al mondo. Francesco riesce a dire parole essenziali, affascinanti commoventi. Parole che chiedono di essere "rilanciate”
 
 il Papa: la Chiesa
deve imparare a “mettersi in cammino con tutti, per favorire l’incontro dell’uomo con Cristo”.
 Giovanni Paolo II (Messaggio per la 36° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2002)    “Da questa galassia (Internet) di immagini emergerà il volto di Cristo, perché solo quando si vedrà il Suo volto, e si udirà la Sua voce il mondo conoscerà la buona notizia della nostra redenzione.Fine dell’evangelizzazione che farà di Internet uno spazio umano autentico”. 

http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/06/immediatezza,_assiduit%C3%A0,_semplicit%C3%A0:_francesco,_personaggio_dellanno/it1-733916

Un cuore che sa pregare e sa perdonare

omelia del 08/10/2013 Papa Francesco

“La preghiera fa miracoli”
purché non sia frutto di un atto meccanico. 
Marta e il profeta Giona non sapevano pregare.  
Marta chiede quasi in tono di rimprovero a Gesù che la sorella l’aiuti a servire, invece di rimanere ferma ad ascoltarlo, Gesù replica: “Maria ha scelto la parte migliore. E questa parte è quella della preghiera, quella della contemplazione di Gesù” 
Questa è la parte migliore’, perché Maria ascoltava il Signore e pregava col suo cuore. 
Il primo compito nella vita è  la preghiera’. 
Ma non la preghiera di parole, come i pappagalli; 
ma la preghiera, il cuore
 guardare il Signore, ascoltare il Signore, chiedere al Signore. 
Ci sono altri come Giona, profetizzava, ma non pregava! 

La preghiera che è solo formula senza cuore, come pure la voglia di una giustizia senza perdono, sono le tentazioni dalle quali un cristiano deve sempre guardarsi per arrivare a scegliere “la parte migliore”.“non pregare è chiudere la porta al Signore, perché Lui non possa fare nulla. Invece, la preghiera, davanti a un problema, a una situazione difficile, a una calamità è aprire la porta al Signore perché venga.  Pregare è questo: aprire la porta al Signore, perché possa fare qualcosa. Ma se noi chiudiamo la porta, il Signore non può far nulla! 

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/08/il_papa:_una_preghiera_fatta_col_cuore_apre_la_porta_a_dio_e_produce/it1-735321
del sito Radio Vaticana 

Parlare di Dio, con quale linguaggio?


        L’ Associazione europea per la teologia cattolica, a Bressanone ha svolto una riflessione su come la Chiesa parla di Dio e dialoga con il mondo. 
        E’ risultato che la difficoltà del dialogo tra la teologia e i linguaggi del mondo è causata dall’aver sostituito il linguaggio evangelico, centrato sul bene dell’uomo, con quello religioso che punta alla difesa della dottrina.                 
      Quando la teologia, con il suo linguaggio, reprime tutto ciò che non corrisponde al proprio campo, crea scontri e divisioni, non comunica i valori umani, né apre vie di dialogo. Andrebbero tralasciate le forme linguistiche ereditate dal cristianesimo, ma inadatte per parlare di Dio agli uomini di oggi. Un linguaggio teologico “tecnico” non è idoneo per una comunicazione, nè per un discorso su Dio a tutti. Già è difficile parlare di cose visibili, come allora parlare di Dio che «nessuno mai l’ha visto» (Gv 1,18)? La soluzione è data sempre dal Vangelo di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv, 1,14), «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1,18). Solo attraverso Gesù che si fa carne, possiamo comprendere la realtà di Dio che si comunica nella storia dell’uomo con il linguaggio proprio di ciascun tempo. Se il Verbo (la Parola) si è manifestato nella carne, nella concreta realtà dell’umano, solo attraverso un linguaggio quasi pelle ed ossa, sanguineo, diretto, si può portare l’uomo a cercare di capire  il bene quale valore assoluto e la fonte stessa di questo bene. E’ proprio il Dio che si fa bambino, la buona notizia, il modello della comunicazione anche teologica. Un linguaggio che si fa umano, che rivela la sapienza ai piccoli

lunedì 7 ottobre 2013

“fuga da Dio”

Omelia Papa Francesco 07 ott 2013


Lasciamoci scrivere la nostra vita da Dio.
Giona serve il Signore, prega tanto e fa del bene, ma quando il Signore lo chiama comincia a fuggire. 

  Giona “aveva la sua storia scritta” e “non voleva essere disturbato”. Il Signore lo invia a Ninive e lui “prende una nave per la Spagna. Fuggiva dal Signore”:

“La fuga da Dio. Si può fuggire da Dio, ma [pur] essendo cristiano, essendo cattolico, [...]tutti possiamo fuggire da Dio! E’ una tentazione quotidiana. Non ascoltare Dio, la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito. 

Si può fuggire direttamente, oppure come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, passando oltre. 

Mente agire come il samaritano "lontano da Dio, 
non era abituato alle pratiche religiose, alla vita morale, ha sentito la voce di Dio e si è avvicinato”. 
Il samaritano “ha capito che Dio lo chiamava, e non fuggì, Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”.

“Perché Giona, 
il sacerdote, il levita fuggirono da Dio? Perché avevano il cuore chiuso, e quando tu hai il cuore chiuso, non può sentire la voce di Dio. Invece, un samaritano che era in viaggio ‘vide e ne ebbe compassione’: aveva il cuore aperto, era umano. E l’umanità lo avvicinò”. 

“Giona  voleva scrivere la sua storia” e così anche il sacerdote e il levita. “Un disegno di lavoro”. Invece,  il samaritano “si è lasciato scrivere la vita da Dio: ha cambiato tutto, quella sera, perché il Signore gli ha avvicinato la persona di questo povero uomo, ferito, malamente ferito, buttato sulla strada”:

“ci lasciamo scrivere la nostra vita da Dio o vogliamo scriverla noi? siamo docili alla Parola di Dio? ‘Sì, io voglio essere docile!’. Ma tu, hai capacità di ascoltarla, di sentirla? Tu hai capacità di trovare la Parola di Dio nella storia di ogni giorno, o le tue idee sono quelle che ti reggono, e non lasci che la sorpresa del Signore ti parli?” 

Il Signore, ha concluso, “ci conceda di sentire la voce del Signore, la Sua voce, che ci dice: Va e anche tu fa così!”.



Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/10/07/il_papa:_un_%E2%80%9Clontano%E2%80%9D_pu%C3%B2_ascoltare_la_voce_del_signore,_il_vicino/it1-734981
del sito Radio Vaticana 

siti web impenetrabili

Ci sono siti di vari comuni della provincia barese che risultano di difficile consultazione.
Sono poco chiari, e a dir poco quasi impenetrabili. Tutto ciò a discapito della trasparenza.